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Index 2015: storie di design
Narrare storie è per l’uomo da sempre uno strumento per condividere le esperienze della vita, i sogni e i progetti, ma anche uno strumento per limitare errori a quanti si troveranno a dover affrontare situazioni o problemi già affrontati. La capacità narrativa nel tempo si è evoluta, costituendo un catalogo narrativo sterminato, adattato ogni volta alle circostanze storiche e sociali più diverse.

In questo catalogo narrativo, le favole hanno avuto e hanno un ruolo chiave. Una bellissima favola, diventata un film di animazione di successo, racconta la storia di un topo che non vuole più mangiare spazzatura e per questo, superando l’incomprensione della famiglia, la repulsione del mondo convenzionale, le difficoltà tecniche, la paura dell’ignoto e delle proprie paure, diventa un cuoco straordinario. La fama del ristorante dove lavora diventa grande e finalmente un critico gastronomico dai tratti arcigni si presenta al ristorante tra l’agitazione dei camerieri, che sussiegosi chiedono cosa desideri. Il critico, con aria disincantata, risponde: “Desidero una prospettiva!”.

Ecco, credo che il design italiano per anni abbia rappresentato una prospettiva originale in tutto il mondo, una prospettiva narrata attraverso i racconti più poetici che una disciplina che nasce squisitamente tecnica potesse immaginare.

Non posso che essere fiero di questa selezione ADI Design Index 2015, fiero per il metodo, per l’impegno e per l’’entusiasmo oltre che per i risultati della selezione, e sono felice di poter ringraziare quanti hanno partecipato e collaborato perché questo progetto potesse concretizzarsi.

Ancora oggi, nell’Africa esente dai canali di comunicazione tecnologici, i cantastorie narrano le loro storie da un villaggio all’altro; finito il racconto si inginocchiano, lasciano le impronte delle loro mani sulla terra e recitano un rituale che più o meno dice: “Lascio qui questa storia, perché ognuno possa farla vivere, rendendo migliore questo villaggio”.

Ecco, per me il design italiano nel mondo è questo.

Luciano Galimberti